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Quando un atleta lascia la squadra: crescita o tradimento? La verità sui cambiamenti nello sport giovanile

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Un’analisi sul significato delle partenze nello sport di squadra: emozioni, ambizioni, responsabilità di allenatori, società e genitori, e perché ogni fine può diventare un’opportunità di crescita.

Nello sport di squadra i cicli finiscono continuamente. Cambiano allenatori, dirigenti ma soprattutto cambiano gli atleti e la narrazione della stessa storia assume significati diversi a seconda di chi la racconta.

I sentimenti restano patrimonio esclusivo di chi li vive; tutti gli altri possono osservarne soltanto una parte e inevitabilmente la interpretano attraverso la propria esperienza.

Esiste un modo giusto di andarsene? Ogni atleta, ogni allenatore, ogni persona ha il diritto di inseguire il proprio percorso. Se un ragazzo sogna livelli più alti, nuove competizioni o semplicemente un ambiente diverso, la sua scelta non è necessariamente una colpa né una critica verso ciò che lascia.

La crescita spesso richiede movimento. È parte del processo.

Pretendere che qualcuno rinunci alle proprie aspirazioni per proteggere gli equilibri del gruppo rischia di trasformare l’appartenenza in una gabbia e avere giocatori che agiscono anche inconsapevolmente contro. Se un atleta sente il bisogno di andare altrove per crescere, il problema è la sua ambizione o il fatto che quella crescita non sia stata possibile prima? Allo stesso tempo, la partenza di una o più persone significative lascia inevitabilmente un vuoto. Chi rimane può sentirsi tradito, deluso o persino abbandonato. Sono emozioni legittime.

Per anni si condividono allenamenti, sacrifici, trasferte, sconfitte e vittorie. Quando qualcuno se ne va, gli altri sono chiamati a ridefinire il proprio equilibrio.

Per come la vedo io, ciò che un giorno si manifesta come un saluto nasce molto tempo prima. Per questo, prima di giudicare una scelta, può essere utile porsi alcune domande:

I bisogni delle persone sono stati ascoltati nel corso degli anni?

Le ambizioni dei ragazzi sono state riconosciute?

Esiste un progetto di crescita chiaro per tutti i livelli?

Le aspettative dei diversi componenti sono state condivise?

Molte delle fratture che emergono alla fine di un percorso sono divari che si sono creati lentamente nel tempo. Quando una o più questioni restano ignorate troppo a lungo, la separazione diventa quasi inevitabile.

Chi esce da un progetto ha una responsabilità: comunicare con rispetto, sincerità e gratitudine.

Chi resta ha una responsabilità altrettanto importante: non trasformare il legame in un senso di colpa.

Le società hanno una responsabilità: costruire contesti in cui il dialogo preceda la rottura e i genitori hanno forse la responsabilità più grande: ricordare che i sogni dei ragazzi non appartengono agli adulti.

Nello sport giovanile esiste una naturale ciclicità. Gli atleti crescono, cambiano, cercano nuove sfide. Non sempre una scelta di cambiamento è una presa di distanza da qualcuno; molto spesso è semplicemente un passo verso ciò che si sente di poter diventare anche se ciò non significa andare in serie A.

I cicli si chiudono. Le relazioni, invece, possono continuare a insegnare qualcosa a tutti.


Di

Educatrice - consulente -formatrice e Mental coach presso Libera professionista Aiuto gli allenatori del settore giovanile a potenziare il proprio ruolo educativo e a creare relazioni vincenti

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